Un ballo ancora

Mi è rimasta impressa quella cravatta rossa. Così composta, così ordinata. E quel colore, non so il perché, brillava ai miei occhi più di tutti i colori presenti su quell’autobus affollato. Il nodo importante troneggiava su quella camicia bianca e sulla giacca blu scuro, di ricercata arte sartoriale. A indossare tutta quella classe, un uomo d’altri tempi. I capelli innevati, gli occhi chiari e l’aria piena di dignità, tipica di chi conosce il proprio valore interiore e cammina saldo sulle proprie gambe, nonostante gli acciacchi dell’età. Era lì, seduto su quel sedile, circondato da persone chiuse nelle loro cuffiette e con gli sguardi persi nel vuoto, o mascherati dalle lenti scure degli occhiali da sole. Lo vedevo, mentre cercava ogni tanto di cogliere lo sguardo di qualcuno, per scambiare un sorriso o una parola. Nulla di più. Ma poi, sconfitto, tornava a perdere lo sguardo oltre il finestrino.

Altra fermata, le porte che si aprono e si chiudono. Sale concitata una mamma con il suo bambino, non avrà nemmeno due anni. C’è un sedile libero, «Che fortuna!» sussurra. Si siede e prende in braccio il piccolo. È paffuto, come tutti i bimbi di quell’età, ha i capelli castani a caschetto e stringe tra le mani un pupazzino di gomma. Quell’autobus, però, è per lui un gioco molto più interessante. Inizia a guardarsi intorno, a destra e a sinistra. Raccoglie i sorrisi dei grandi, ma non ricambia. “Che giostra sarà mai questa? Che avranno mai da sorridere questi qua?”, sembra quasi chiedersi. E poi si gira verso il signore dalla cravatta rossa. Sostiene il suo sguardo, non lo disperde nel vuoto come hanno fatto fino a quel momento le persone circostanti. Ecco che sul volto dell’uomo sboccia il sorriso, ecco che qualcuno ha voglia di comunicare con lui.

«Signora, che bel bambino, complimenti! Quanto ha?», chiede, mentre fa qualche smorfietta giocosa al piccolo. «Quindici mesi», risponde la madre, sorridendo. È giovane, sulla trentina, i capelli lunghi. Una bella donna. Il signore trova pane per i suoi denti e inizia a raccontare qualcosa di sé. «Ho tre figli, cinque nipoti e due bisnipoti», dice, gonfiando il petto, con un moto di orgoglio. «E ho 79 anni», aggiunge.
«Complimenti, se li porta bene», gli risponde la donna. Ed è vero, è un bel signore. Credo proprio che da giovane abbia fatto girare la testa a un bel po’ di ragazze.
«Mi piace anche ballare, sa? Lo faccio almeno una volta alla settimana».
«Davvero?», gli chiede la donna, sinceramente stupita. «Che tipo di balli?».
«Classici. Il valzer, soprattutto».
Fa una pausa, come se riassaporasse dentro di sé le note e i passi del suo ballo, stringendo a sé la sua partner. Le luci soffuse della sala, la musica che conta i ticchettii del cuore, mentre i piedi si muovono accanto a quelli di altre coppie, ma si comportano come se fossero gli unici al mondo, in quell’istante.
«E lei balla signora?», chiede, ridestandosi dal sogno a occhi aperti.
«No, io non ballo. Quando ero più giovane sì, ma ora… come faccio?».
Il signore la guarda profondamente negli occhi e abbozza una risata, scuotendo la testa. «Signora, la prego, non dica fesserie. Mi guardi in faccia: non si è “più giovani”. Si è giovani e basta».
La donna stringe a sé il bimbo: «Ma no, con lui piccolo come faccio ad andare a ballare?».
«Signora, – la interrompe – mi ascolti. Non c’è bisogno di “andare a ballare”. Può ballare a casa, nel salotto, con suo marito, senza la preoccupazione di dover lasciare il bambino a qualcuno. La prego, non si privi di questa cosa, perché poi gli anni scorrono e i rimpianti galoppano». Si ferma un istante. «Io ancora adesso ballo a casa da solo. Con la sedia. E fingo di danzare con mia moglie, come un tempo».

Colgo nello sguardo della donna una presa di coscienza. Tutto in quel momento si ferma. C’è confusione nell’autobus, è vero. Ma io non sento più nulla, se non il tempo che si dilata come i soffietti di una fisarmonica. «Ha ragione», sussurra lei. Il signore le sorride, poi guarda fuori dal finestrino. I palazzi scorrono, gli alberi si alternano uno dietro l’altro. Siamo a Roma, ma ci troviamo improvvisamente in un non luogo indefinito. Il posto delle cose perse e ritrovate. Una vecchia pellicola in bianco e nero che scorre sullo schermo. Il grammofono che suona una musica allegra e nostalgica allo stesso tempo. Le risate dei bambini che arrivano dal giardino. Il piatto caldo sul tavolo. Il calore.

«È arrivata la mia fermata!», annuncia l’uomo, alzandosi tremolante.  Si avvicina al bambino e gli sorride, ancora una volta. Stavolta anche il piccolo ricambia. «Ha gli occhi vispi, intelligenti. Ne sono sicuro, ha un grande cervello questo bimbo qui, signora».
«Grazie», gli risponde.
«Arrivederla e, mi raccomando, balli!».
Poi, aggrappandosi ai mancorrenti, si dirige verso le porte centrali e scende. Lo osservo mentre gira l’angolo, con quella cravatta rossa e il pacchetto di sigarette appena tirato fuori dalla tasca. Lo osservo finché non diventa un puntino minuscolo, finché non scompare del tutto dalla mia vista. Nell’autobus, il tempo è ancora dilatato. Forse lo sento solo io. Mi accorgo di avere la guancia rigata da una lacrima. In silenzio, lo ringrazio.

Vanessa Cappella

(racconto ispirato da un episodio realmente accaduto)

Photocredits: Salvatore Lapignola – Valzer Per Un Amore

Vanessa Cappella
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