Quella volta in cui incrociai la strada di San Giovanni Paolo II

Di quel giorno ricordo solo alcuni sprazzi. Simili a istantanee che nella memoria emergono e sprofondano, ciclicamente. Ma sono giustificata: avevo solo cinque anni e di tempo, da allora, ne è passato tanto. Ricordo mia madre, che, mentre mi aiuta a infilare le scarpe, mi dice “Sbrighiamoci, oggi è un giorno importante”. È una mattina di primavera, c’è il sole e l’aria è dolce. Niente cappotto, solo una maglietta e un golfino annodato in vita. Sulla testa, il mio allora immancabile cerchietto. Ricordo poi l’ingresso della parrocchia, così pieno di gente, e le transenne affollate, che per trovare uno spazietto bisognava infilarsi tra una spalla di uno e il fianco di un altro. Mia madre che mi tiene per mano, incontra una conoscente e insieme cercano di farsi largo. Mio padre, già in posizione in seconda fila e con la telecamera sulla spalla, che ci fa cenno di raggiungerlo.

Un grande fermento, questo ricordo. “Sta arrivando? Sta arrivando?”, e tutti che, sventolando le bandierine con la sua immagine, si allungano per guardare oltre il cortile dell’oratorio. “No, non ancora”. Sembriamo continue onde che si allungano sullo scoglio e poi si ritirano. Io, però, in mezzo a tutti quei grandi non vedo altro che giacchetti, pantaloni e braccia. La conoscente di mia mamma, Sara mi sembra si chiamasse, riesce a raggiungere la prima fila. Si gira e mi prende la mano: “Fate passare la bambina, che sennò non vede nulla”. Finalmente si apre un piccolo varco davanti a me e raggiungo le transenne, poco dopo seguita anche da mia madre. Non vedo niente comunque, sono così bassa che la fronte mi arriva poco sopra l’inferriata. Sara, ad un tratto, mi dice: “Quando lui passa, allunga le mani oltre la transenna, vedrai che si fermerà“. Faccio una prova. Così? “No, di più, di più” mi dice lei. Mah, a me sembra una sciocchezza, ma lo farò… anche se non so nemmeno quando, non riesco a vedere più in là del mio naso. Nel dubbio, tengo le braccia fuori già da ora. Non si sa mai.

Il tempo passa. Fa caldo e continuano i falsi allarmi. “Arriva, arriva!”. Tutti si sporgono fuori, sventolano le bandierine, e mi schiacciano. “No, ancora no”. E, sbuffando, ritornano al proprio posto. Intanto io sono aggrappata con una mano alla sbarra, l’altra ciondola fuori un po’ annoiata. Comincio anche ad avere sete. Dall’oratorio inizia a levarsi un brusio più insistente. Le bandiere ricominciano a sventolare, qualcuno applaude. “Eccolo, eccolo, sta arrivando!”. Ci siamo, stavolta è quella buona. Infilo le mani tra le sbarre, ma con poca decisione. Sento all’improvviso afferrare da dietro le mie braccia, che vengono spinte bruscamente in avanti. La stretta di Sara, quella si che me la ricordo bene. Devo aver pure lanciato un sonoro “Ahio”. Guardo le mie mani davanti a me, mentre le sventolo all’aria come se volessi catturare farfalle visibili solo ai miei occhi. E, lentamente, una tunica bianca si avvicina.

Due mani adulte sfiorano le mie, accogliendole, delicatamente, in una stretta. Alzo gli occhi e finalmente capisco davvero il senso di essere lì. Papa Giovanni Paolo II mi rivolge un sorriso e uno sguardo pieno di tenerezza. Accarezza la mia testolina su cui campeggia orgoglioso il cerchietto, e si china, dandomi un bacio sulla fronte.  Avverto intorno l’aura di venerazione dei presenti, scaturita da quel gesto semplice e paterno. E mi sento fortunata. Dura pochi istanti, ma per me è tutto così incredibilmente intenso. Un’altra carezza, sulla guancia, e poi riprende il suo cammino. Vedo la sua tunica allontanarsi da me, le sue mani che stringono più in là quelle degli altri fedeli e il suo sguardo che incontra i loro. In me, un miscuglio indefinito di emozioni, ancora incredula di ciò che è appena successo e investita da un’euforia travolgente, ma composta. Mi giro verso mia madre e Sara, che sorridono, mentre mio padre mi inquadra con la telecamera. “Sei contenta?”, mi chiede. “Si”, gli rispondo raggiante.

Oggi, mentre Papa Giovanni Paolo II veniva proclamato Santo in Piazza San Pietro, io, tra le mura della mia casa, ho ripensato a quel giorno di sole. Nonostante non possa onestamente ritenermi un esempio di cristiana praticante, quel ricordo, nel corso degli anni, ha sempre conservato intatto il potere di allargarmi il cuore di emozione. L’emozione di aver vissuto, nel mio piccolo, qualcosa di grande.

Vanessa Cappella

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