Giornalisti freelance: il valore (ignorato) del nostro lavoro

Ecco, io non riesco a non indignarmi. Mi dispiace, è più forte di me. Non solo perché sono coinvolta da vicino in quello che sta accadendo in questi giorni nel mondo del giornalismo italiano, ma perché non posso e non voglio credere che chi dovrebbe tutelare la categoria più fragile, ma al contempo motore indispensabile per tante redazioni – grandi, medie o piccole che siano, ne ha invece svenduto per pochi spiccioli la dignità e il valore. Si, il valore. Perché, anche se non salta subito al pensiero del lettore che legge un articolo, dietro a quelle 40-60-100 righe ci sono giorni di lavoro, a volte anche mesi, c’è la fatica di andare alle fonti, ricercare riscontri, verificare le informazioni, intervistare, ricercare, andare da una parte all’altra della città quando non del paese o oltre, e ovviamente tutto a proprie spese. Telefono, benzina e spostamenti nessun giornale me li ha mai rimborsati.

A tutto questo si aggiunge le difficoltà di un sistema a imbuto, che ti strozza proprio lì, all’imbocco, poco importa che tu sia bravo, peccato che non hai un cognome o un santo che ti possano aiutare. E nonostante tu dimostri che davvero ce la stai mettendo tutta, che davvero tu sei un giornalista, che spesso passi le notti a fare ricerche e a confrontare i tuoi dati perché vuoi essere sicuro di consegnare sempre al lettore un lavoro onesto, pulito e preciso, ecco, nonostante questo tu stai fuori. Fuori dalle redazioni perché c’è la crisi, dicono. Fuori da una stabilità economica, sempre per la crisi, dicono. Fuori dal diritto di vederti riconosciuto, da chi avrebbe dovuto farlo, un contratto nazionale all’altezza della dignità del tuo lavoro.

Secondo l’accordo tra FIEG e FNSI, 20,8 euro è un equo compenso per un articolo scritto da un freelance. Così equo che non basterebbe nemmeno per coprire le spese della benzina, o la ricarica del cellulare. Ma non provate un po’ di vergogna? Non vi rendete conto che, per continuare a fare quello che vogliamo fare sin dal profondo della nostra anima, dobbiamo per forza fare altri lavori che ci permettano di vivere (o sopravvivere)? Continuate a concepire l’informazione come un hobby per benestanti e poi avete anche il coraggio di stupirvi e indignarvi se, nella classifica mondiale della libertà di stampa, l’Italia occupa posizioni considerabili di retrovia per un paese civile. Siamo in migliaia a essere stanchi di essere sfruttati, di consegnare lavori di qualità e vederci riconosciute strette di mano, due spiccioli e alla prossima! Lavorare in un call center è più remunerativo che informare. Io mi vergogno nel profondo. Per voi.

Vanessa Cappella
info@pennainquieta.it
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