Buio in sala. Nella penombra del palcoscenico, due figure si muovono a passo di danza sulle note di una musica ipnotica. Una luce soffusa e calda illumina quei corpi che comunicano, si rincorrono e accolgono lo spettatore in una dimensione intima e privata. La dimensione del passato, del resoconto con se stessi, del ricordo che, dolente, persiste e resiste al tempo, alle vicissitudini, alle corazze interiori. E poi arriva lei.

Stamattina mi trovavo alla posta. Gente in piedi e gente seduta, chi in silenzio, chi al telefono, chi intento a scambiare qualche breve parola col vicino sulla fila che non scorre o sul cielo che promette pioggia. Ordinaria routine di un ufficio postale, una giornata come tante, di quel grigiore soffuso tipico delle mattine uggiose. Prendo il mio numeretto e lancio uno sguardo al tabellone: sospiro di sollievo, solo dieci persone davanti! Poteva andare molto peggio, invece farò presto e potrò andare anche al centro commerciale per sbrigare altre commissioni.

Oggi ho voglia di parlarvi di un argomento che mi ha a lungo appassionata nel corso dei miei studi di letteratura e al quale ho dedicato anche la prima tesi di laurea: la crisi della poesia e del ruolo del poeta nella modernità.

All'alba del XX secolo, la stagione dei grandi letterati sembra essere finita e la poesia si avvicina sempre più ai margini: cosa possono cantare i poeti che già non sia stato cantato? Come possono rivendicare ancora un grande ruolo e una voce imponente se per primi si sentono piccoli, inutili e lamentosi?

In questi giorni sto leggendo "La fine è il mio inizio" (Longanesi, Milano, 2006), il libro-testamento (se così possiamo definirlo) di Tiziano Terzani. Pubblicato postumo nel 2006 a cura del figlio Folco, è il racconto di tutta una vita esplorata intensamente e senza remore. Sotto forma di un dialogo sereno e a volte affaticato dalla malattia, sbocciano riflessioni che colpiscono e che non possono lasciare indifferenti. Il giornalismo, la sua missione, il confronto tra ieri e oggi tornano spesso al centro del discorso.

Non è coraggio se non hai paura. E di paura l’imprenditore Italo Santarelli ne aveva tanta, quando, vittima di una truffa e ormai caduto nelle mani degli usurai, si trova di fronte a un drammatico bivio: togliersi la vita o uscire allo scoperto. Su questa sua scelta e relative conseguenze è incentrato il cortometraggio Italo, che sarà proiettato sabato 26 gennaio alle 11 presso il Teatro San Genesio di Roma, per la regia del giovane regista emergente Raffaello Manco.

Facciamo un esperimento. Provate a chiedere a un amico di fare un disegno qualsiasi, senza che voi vediate o sappiate di cosa si tratti. Riuscireste a riprodurlo solo guardando il vostro amico negli occhi? Probabilmente la risposta è no. Eppure questo, per un mentalista, è pane quotidiano. E non scomodate la telepatia, la chiaroveggenza o la magia: qui la partita si gioca su ben altri livelli.

Si conclude in bellezza la stagione 2012 del Globe Theatre con l’ultimo spettacolo in programmazione. Con Come vi piace di William Shakespeare, in scena fino al 23 settembre, il regista Marco Carniti riesce nell’impresa, non sempre facile, di coinvolgere e rapire gli spettatori dall’inizio alla fine.

Il 23 maggio del 1992 ero una bambina, in un'età in cui si è ancora troppo piccoli per capire. Tuttavia, le immagini trasmesse il giorno della strage di Capaci al telegiornale sono rimaste impresse profondamente nella testa, e con loro anche l'ansia, lo stupore, la rabbia, la commozione.

In questo ultimo anno si è sentito molto parlare di Wikileaks, dei suoi scoop e del suo leader Julian Assange: l'organizzazione in breve tempo è salita alla ribalta delle cronache mondiali dando origine a quella che è stata definita "la più grande fuga di notizie degli ultimi trent'anni". Ma chi lavora effettivamente per Wikileaks e come opera?