Al di là di brevi pensieri in difesa della libertà di stampa e di espressione lasciati sui miei social network, ho aspettato a scrivere qualcosa di più articolato riguardo a ciò che sta succedendo in questi giorni. La paura e lo sconvolgimento per qualcosa di inaspettato non sono amiche della lucidità

In questi giorni sto leggendo con grande interesse il saggio "L'articolo 3. Primo Rapporto sullo stato dei diritti in Italia" (a cura di S.Anastasia, V.Calderone, L.Fanoli, Ed. Ediesse 2014, € 16),  una vera e propria fotografia sulla condizione dei diritti sociali nel nostro Paese, promossa dall'associazione A Buon Diritto.

Un caffè come tanti, sorseggiato seduti a un bar di Napoli in un pigro pomeriggio d’estate. Due chiacchiere sulle vacanze in arrivo, sul lavoro e su ciò che si farà il prossimo 27 settembre. “Sarà organizzata ad Alba, quest’anno, la Giornata Mondiale dei Sordi”, fa notare una ragazza. “Alba, così lontano? Non riuscirò a esserci”, risponde intristito il ragazzo vicino.

“La parola è un essere vivente”, scriveva Victor Hugo in Les Contemplations. Ho sempre pensato che avesse ragione. Quanti mondi diversi e schemi di pensiero formano, nella mente di chi le legge o le ascolta, quelle lettere unite le une alle altre da secoli di storia. Parole scritte, parole pronunciate, parole accennate. E, purtroppo, anche parole sbagliate

Dimissioni immediate del segretario della Federazione nazionale della stampa, Franco Siddi e di tutti i componenti della giunta esecutiva Fnsi. Lo chiedono i giornalisti e le giornaliste riuniti davanti alla sede della Federazione durante la manifestazione #StopFnsi contro l’accordo sul lavoro autonomo - ribattezzato“iniquo compenso”

Ecco, io non riesco a non indignarmi. Mi dispiace, è più forte di me. Non solo perché sono coinvolta da vicino in quello che sta accadendo in questi giorni nel mondo del giornalismo italiano, ma perché non posso e non voglio credere che chi dovrebbe tutelare la categoria più fragile, ma al contempo motore indispensabile per tante redazioni - grandi, medie o piccole che siano, ne ha invece svenduto per pochi spiccioli la dignità e il valore.

L’ennesimo barcone avvistato al largo di Lampedusa. Le storie di disperazione lasciate al di là del mare, insieme a un enorme pezzo di cuore. Il sovraffollamento dei centri di prima accoglienza. Un po’ mi portavo dietro questa immagine la prima volta che sono entrata in quel palazzo dell’Ama, a Roma Sud. Ma una volta arrivata nelle stanze dei laboratori, è immediatamente scomparsa dalla mia mente.

Di lei colpisce la forza. Trasuda dallo sguardo, dalla sua elegante presenza, dal modo in cui parla. E non importa che le sue parole arrivino quasi sussurrate. Sa bene che il segreto di farsi ascoltare non è nella voce alta, ma nella costanza e nella fermezza. E, soprattutto, nel coraggio. Nice Nailantei Leng’ete è una donna Maasai, cresciuta in un villaggio rurale su un pendio del monte Kilimanjaro, in Kenya.