Al di là di brevi pensieri in difesa della libertà di stampa e di espressione lasciati sui miei social network, ho aspettato a scrivere qualcosa di più articolato riguardo a ciò che sta succedendo in questi giorni. La paura e lo sconvolgimento per qualcosa di inaspettato non sono amiche della lucidità

“La parola è un essere vivente”, scriveva Victor Hugo in Les Contemplations. Ho sempre pensato che avesse ragione. Quanti mondi diversi e schemi di pensiero formano, nella mente di chi le legge o le ascolta, quelle lettere unite le une alle altre da secoli di storia. Parole scritte, parole pronunciate, parole accennate. E, purtroppo, anche parole sbagliate

L’ennesimo barcone avvistato al largo di Lampedusa. Le storie di disperazione lasciate al di là del mare, insieme a un enorme pezzo di cuore. Il sovraffollamento dei centri di prima accoglienza. Un po’ mi portavo dietro questa immagine la prima volta che sono entrata in quel palazzo dell’Ama, a Roma Sud. Ma una volta arrivata nelle stanze dei laboratori, è immediatamente scomparsa dalla mia mente.

Di lei colpisce la forza. Trasuda dallo sguardo, dalla sua elegante presenza, dal modo in cui parla. E non importa che le sue parole arrivino quasi sussurrate. Sa bene che il segreto di farsi ascoltare non è nella voce alta, ma nella costanza e nella fermezza. E, soprattutto, nel coraggio. Nice Nailantei Leng’ete è una donna Maasai, cresciuta in un villaggio rurale su un pendio del monte Kilimanjaro, in Kenya.

L'altroieri è iniziata la mia avventura come blogger de Il Fatto Quotidiano. Nel mio spazio racconterò le storie di persone che hanno trasformato una difficoltà in un punto di forza, parlerò di iniziative, percorsi e piccole grandi battaglie sociali e personali, con un occhio di riguardo al mondo della creatività e della cultura.