Di quel giorno ricordo solo alcuni sprazzi. Simili a istantanee che nella memoria emergono e sprofondano, ciclicamente. Ma sono giustificata: avevo solo cinque anni e di tempo, da allora, ne è passato tanto. Ricordo mia madre, che, mentre mi aiuta a infilare le scarpe, mi dice "Sbrighiamoci, oggi è un giorno importante".

Mi è rimasta impressa quella cravatta rossa. Così composta, così ordinata. E quel colore, non so il perché, brillava ai miei occhi più di tutti i colori presenti su quell'autobus affollato. Il nodo importante troneggiava su quella camicia bianca e sulla giacca blu scuro, di ricercata arte sartoriale.

A indossare tutta quella classe, un uomo d'altri tempi.

Stamattina mi trovavo alla posta. Gente in piedi e gente seduta, chi in silenzio, chi al telefono, chi intento a scambiare qualche breve parola col vicino sulla fila che non scorre o sul cielo che promette pioggia. Ordinaria routine di un ufficio postale, una giornata come tante, di quel grigiore soffuso tipico delle mattine uggiose. Prendo il mio numeretto e lancio uno sguardo al tabellone: sospiro di sollievo, solo dieci persone davanti! Poteva andare molto peggio, invece farò presto e potrò andare anche al centro commerciale per sbrigare altre commissioni.

Il 23 maggio del 1992 ero una bambina, in un'età in cui si è ancora troppo piccoli per capire. Tuttavia, le immagini trasmesse il giorno della strage di Capaci al telegiornale sono rimaste impresse profondamente nella testa, e con loro anche l'ansia, lo stupore, la rabbia, la commozione.